La fantasia dei serial killer – Dott.ssa Ilaria Ometto 2018-01-09T17:24:23+00:00

LE FANTASIE DEI SERIAL KILLER

“Parla…ti hanno tolto la vita e gettata in queste gelide acque per sottrarti anche al nostro ricordo, ma tu vivi ancora in quelle che tanto ti amarono”. Queste le parole impresse sulla lapide commemorativa di Carla Zacchi, prima giovane vittima del Mostro di Milano, il serial killer attivo tra gli anni Ottanta e Novanta nelle zone del capoluogo lombardo.

Il termine serial killer è un termine relativamente recente, utilizzato per la prima volta dagli studiosi del settore attorno negli anni Cinquanta, per distinguere quello seriale dagli altri casi di omicidio. Il fenomeno è stato ampiamente studiato generando un grande sviluppo della letteratura e delle discipline che se ne occupano, come la criminologia e l’investigazione criminale. Una possibile definizione viene fornita nel 1988 dal National Institute of Justice statunitense intendendo l’omicidio seriale come “l’uccisione di una serie di due o più soggetti, delitti separati e commessi generalmente, ma non sempre, da un unico autore”(1).

Il serial killer è una figura che nell’immaginario collettivo diventa una sorta di simbolo di quanto di irrazionale, mostruoso e talvolta feroce sia ancora presente nell’essere umano. Rappresenta un tema investito di una forte componente narrativa ma è soprattutto un argomento di indubbio interesse, che trasversalmente interessa diverse discipline scientifiche, la giurisprudenza e la psicologia. Naturale conseguenza di tali premesse, è l’intuizione della vastità rappresentata dall’oggetto di studio.

Costruire il profilo di un serial killer rappresenta un’operazione complessa. Secondo i criteri del criminal profiling dell’F.B.I, per ottenerlo è necessario innanzitutto distinguere l’omicidio secondo la classificazione “organizzato” o “disorganizzato”, delineare il modus operandi, la personation o signature ossia la firma dell’offender (e come eventualmente si modifica nel tempo), e lo staging ossia la deliberata alterazione della scena del crimine(3).
Oltre a questi aspetti, di particolare interesse è la dimensione interna o “mentale” di queste persone. In altri termini significa comprendere il funzionamento dei processi cognitivi, approfondire le caratteristiche individuali dell’omicida e la sua storia di vita. Non è una rarità infatti che di fronte alle notizie di delitti efferati o dell’ennesima vittima, nell’opinione pubblica sorgano domande quali: perché ciò accade? Perché queste persone compiono tali atti?

Andando ad esaminare vari casi riportati in letteratura(1), spesso, la vita di queste persone è segnata da gravi traumi. Tali avvenimenti vengono subiti durante l’infanzia (violenze, abusi, separazioni ecc.) e una delle possibili risposte che il bambino può mettere in atto, è quella di rifugiarsi nella fantasia per riprendere il controllo della realtà, trovare un “luogo” dove rifugiarsi e dirigere l’ostilità da adulto di cui si è stato vittima verso i terzi. Per i serial killer, soprattutto nei casi di omicidi compiuti per piacere sessuale, il cosiddetto daydreaming o il “sognare ad occhi aperti” è un’esperienza comune e il comportamento messo in atto dall’omicida sulla scena del crimine sembra essere anticipato da tali fantasie e modellato sulle stesse(1).

Nel caso del serial killer quindi, oltre che di anticipazione del comportamento, la fantasia rappresenta volontà di controllo totale sulla realtà e sull’altro, di deumanizzare, depersonalizzare la vittima. “Uccidere diviene il mezzo per dominare paure inesprimibili. […] La sensazione di onnipotenza è indescrivibile e non è possibile rinunciarvi”(1).

Ma cosa accade quindi nel passaggio che intercorre tra la fantasia e l’azione? Lo psicologo statunitense Joel Norris, cercando di rispondere tale quesito, descrive il comportamento dei serial killer identificandolo secondo un andamento ciclico di fasi successive. La prima fase è definita dallo studioso come aurorale intendendo il momento in cui l’omicida si allontana dalla realtà, elabora fantasie specifiche e dettagliate che lo spingono all’azione; è seguita dalla fase di puntamento cioè l’assassino studia il terreno dove si appresta ad agire, identifica la vittima e la cerca come se andasse “a caccia”. Successiva è la fase della seduzione, durante la quale il killer si avvicina alla vittima che viene sedotta, ingannata e sopraffatta. Da questo momento la fantasia trova la sua rappresentazione nel reale (fase della cattura) che si manifesta così nella fase omicidaria vera e propria. Accade che l’assassino possa rimandare il più possibile il momento della morte della vittima per trarre il massimo piacere dall’uccidere. In questa fase trovano spazio macabri rituali messi in atto dal killer. Infine il ciclo si conclude con la fase depressiva: la fantasia è “esaurita”, “soddisfatta”, il piacere svanisce ed emerge la consapevolezza di quanto accaduto. La solitudine, il senso di colpa possono destabilizzare l’assassino, ma non comportano necessariamente la confessione del reato o la costituzione alle forze dell’ordine(1).

Anche Robert Prenkley e colleghi, alla fine degli anni Ottanta indagano il ruolo delle fantasie come meccanismo che ricopre un ruolo chiave negli omicidi seriali di tipo sessuale. Viene ipotizzato che tale meccanismo prenda la forma di fantasie (spesso violente) di tipo intrusivo che si manifestano in alta prevalenza con scene del crimine organizzate, supportando il loro ruolo anticipatorio in termini di azione e comportamento. Gli autori, in questo studio, distinguono tra il daydreaming o “sognare ad occhi aperti” che viene definito come qualsiasi attività cognitiva che sposta l’attenzione dal compito in esecuzione; e la fantasia che invece viene intesa come serie (“set”) elaborata di pensieri ancorata alle emozioni(2).

Nello studio vengono coinvolti assassini distinti tra coloro che hanno compiuto un solo omicidio e coloro che invece ne hanno compiuto più di uno (seriali). In ben oltre tre quarti degli assassini seriali coinvolti, si evidenzia effettivamente la presenza delle fantasie intrusive. Infatti nei due terzi dei casi, il primo omicidio compiuto da assassini seriali è di tipo organizzato mentre, nei due terzi dei casi di singolo omicidio si riscontra che l’atto viene compiuto nella modalità disorganizzata. Viene quindi supportata l’ipotesi dell’esistenza di una relazione tra la presenza di tali fantasie mentali con lo stile organizzato/disorganizzato messo in atto dal killer.
Nel caso specifico delle violenze e degli omicidi seriali per ragioni sessuali, evidenze come quelle appena delineate sembrano sostenere l’ipotesi di un forte legame presente tra le fantasie e il ruolo che ricoprono nell’anticipare le azioni e il comportamento dell’assassino.

Le fantasie, come altri fenomeni interni, rappresentano il materiale più intimo e profondo delle persone. Nel caso dei serial killer, la loro comprensione risulta fondamentale quanto complessa. Ecco perché costruire il profilo dell’assassino, per assicurarlo alla giustizia e attribuirgli una serie di crimini con certezza, per gli studiosi ed esperti del settore risulta difficoltoso e può richiedere anni di lavoro e approfondimento.
Solo comprendendo ciò che pensava il killer al momento del delitto si può dargli un nome e rilevarne l’identità, e questo diventa possibile attraverso l’unione di capacità empatiche e grazie all’ampliamento continuo di conoscenze e competenze nell’ambito. Così riportava G. K. Chesterton in “Il segreto di Padre Brown” del 1927: “Ho progettato quei crimini con molta cura”, spiegò Padre Brown “Ho pensato esattamente a come si potesse fare una cosa del genere e in che stile e in che stato mentale un uomo potesse farla. E quando fui certo di sentirmi esattamente come l’assassino, era chiaro che sapevo chi fosse”(3) .

firma Ilaria Ometto-Psicologa Master Universitario Psicologia Forense Criminologia

Bibliografia

(1) Lucarelli, C., & Picozzi, M. (2003). Serial killer. Storie di un’ossessione omicida. Cles (TN): Mondadori

(2) Prentky, R. A., Burgess, A. W., Rokous, F., Lee, A., Hartman, C., Ressler, R., & Douglas, J. (1989). The presumptive role of fantasy in serial sexual homicide. American Journal of Psychiatry, 146(7), 887-891.

(3) Marrone L, (2015). Dalla scena del delitto al criminal profiling. Temi di investigazione criminale. Roma: Edup